La leggenda di Masaniello

Il 29 Giugno 1620 in Vico Rotto al Mercato nasce Tommaso Aniello d’Amalfi (detto Masaniello) da Francesco d’Amalfi e Antonia Gargani. Va subito chiarito un fatto: d’Amalfi indica il cognome e non il luogo di provenienza.

molto probabilmente era basso di statura, bruno di carnagione, capelli castani con un piccolo codino dietro la testa e, appena visibili, un paio di baffetti che molti contemporanei dicono biondi. Vestiva sempre con abiti da umile pescivendolo: camicia e calzoni di tela con un cappello rosso alla marinara e camminava sempre scalzo. Solo durante il periodo del suo “regno” lo vediamo in abiti bianchi con un coltello o un piccolo bastone tra le mani.

Nel 1641 sposo’ la bellissima Bernardina Pisa. Essendo figlio di pescivendolo non poteva che seguire le orme paterne dedicandosi anche al piccolo contrabbando servendo nobili che lo malpagavano e spesso lo maltrattavano.

Molti maltrattamenti li subì insieme alla moglie durante le notti passate in galera perche’ scoperto dai gabellieri. Chissa’ quante volte Masaniello medito’ vendetta. Una vendetta che esplodera’ durante i giorni del suo regno.

La rivoluzione

Tutto inizia nei primi di Giugno del 1647 quando Masaniello, grazie alle sue doti di abilta’ al comando fu incaricato di istruire un gruppo di giovani lazzari a fare la parte dell’esercito degli infedeli (Alardi) nella festa della madonna del Carmine che si sarebbe fatta di li a pochi giorni. Molto probabilmente Masaniello fu contattato in segreto anche da Don Giulio Genoino, vera mente della rivoluzione.

Questi era un vecchio sacerdote ed insigne giurista che cadde in disgrazia una ventina di anni prima perche’ tento’ una prima sollevazione popolare con l’intento di equiparare i diritti dei nobili con quelli del popolo. Ma il fato volle che la mente di Masaniello non reggesse ad una simile responsabilita’, e gli equilibri psichici si spezzarono. Molti dubbi, anche validi, sono stati espressi circa la presunta follia di Masaniello. Un potere che nessun umile pescivendolo si sarebbe mai sognato di avere. Poter legiferare a proprio piacimento dall’alto di un tavolato montato proprio sotto casa sua da commedianti che avrebbero dovuto esibirsi. Parlare ai nobili con pari dignita’. Essere chiamato Signoria Illustrissima da Doria. Essere a capo del corteo del Vicere’ di Palermo su di un cavallo bianco con un vestito bianchissimo ed un cappello di piume. La stessa moglie Bernardina, definita la Regina del popolo riceveva riverenze da nobili e prelati.Era molto amato dal popolo, che vedeva in Masaniello il riscatto di secoli di oppressioni e di ingiustizie. Molti furono gli amici ed altrettanti furono i nemici.

I moti insurrezionali iniziarono Domenica 7 Luglio 1647 quando Masaniello e suo cugino Maso, nei pressi di S.Eligio inscenarono una ribellione contro le sempre piu’ pressanti gabelle sulla frutta.

Al grido di “Viva il Re, abbasso lo malgoverno” ed aiutato anche dal fratello Giovanni, distrussero molti “posti” dove si pagavano le ingiuste gabelle e, cosa che eccito’ il popolo, fu distrutta la casa dell’infame gabelliere Girolamo Letizia nei pressi di Portanova.

Nei giorni successivi il Vicere’ si vide costretto a dare sempre maggiori concessioni al popolo per opera di Masaniello guidato da Genoino che lo istruiva sul da farsi durante i loro incontri segreti al Carmeniello. Grandi momenti di gloria ebbero coloro che erano vicini a Masaniello. Bernardina, la moglie, venne piu’ volte invitata al palazzo da cui scendeva carica di doni preziosi. In uno di questi incontri, a tu per tu con la Viceregina le disse :”Vostra eccellenza e’ la Viceregina delle signore, io sono la Viceregina del popolo”. Il potere di Masaniello diventa tale che il Cardinal Filomarino ed il Vicere’ Rodrigo ponz De Leòn duca D’Arcos sono costretti ad accettare le sue condizioni: abolizione delle gabelle ingiuste e ripristino dei privilegi concessi da Carlo V (confidenzialmente chiamato Colaquinto).La rivoluzione ha vinto!

Il potere di Masaniello non ha piu’ ragione di esistere: ma lui non ne vuole sapere, inizia a diventare pericoloso anche per coloro che inizialmente erano suoi amici come Genoino. Per fermarlo bisogna solo ucciderlo. Molti tentativi furono fatti.

Fu anche incaricato dal duca di Maddaloni,il famoso bandito Perrone che finira’ con la testa conficcata in una lancia e portata in trionfo. Il duca non si trova, viene trovato il fratello Peppe che viene preso da Michele de Sanctis, macellaio, che, con un sol colpo gli recide la testa e la porta a Masaniello. Questi capisce che la sua vita e’ davvero in pericolo.

Cadra’ nella trappola. Grandi tavolate vengono organizzate in suo onore dal Vicere’ e dai nobili.

Tavolate in cui il vino scorre a fiumi, e Masaniello ne beve molto, troppo. C’e’ bisogno che il popolo arrivi ad odiare Masaniello, ma come? Facendolo impazzire. La Roserpina (un potente allucinogeno molto usato dagli spagnoli) fa al caso (e’ una delle cause ipotizzate anche se la piu’ accreditata e’ la pazzia improvvisa). Viene messo in quel vino tanto bevuto in quelle tavolate. Iniziano a comparire i primi segni di follia. Una delle ultime “magnate” avviene a casa di Onofrio Cafiero. La tavola e’ piena di traditori, ed il vino avvelenato scorre. Il giorno dopo (il 15 Luglio) avviene la stessa cosa. L’epilogo si ha il 16 Luglio, Martedì nel giorno della Festa del Carmine.

Il mito

L’ultimo giorno del suo regno (e’ il 16 Luglio, giorno della festa del Carmine), Masaniello affacciandosi alla finestra di casa sua, pronuncio’ uno dei suoi ultimi discorsi. “”Popolo mio….”, così iniziava sempre, “ti ricordi, popolo mio, come eri ridotto…”

Descrivera’ tutti i vantaggi ottenuti con il suo governo. I privilegi, le gabelle tolte. Ma sa benissimo che presto verra’ ucciso, ed e’ proprio questo il rimprovero. Vigilare sulle liberta’ ottenute. In questo discorso si vede un Masaniello ridotto pelle ed ossa, gli occhi spiritati. Qualcosa e’ cambiato nel suo fisico, qualcosa di grave. E questo qualcosa riprendera’ possesso della sua coscienza e lo portera’ a concludere il discorso in maniera farneticante, compie gesti insulsi, si denuda, tanto che il popolo venuto ad ascoltarlo, lo fischiera’ e lo deridera’. Corre verso la chiesa del Carmine. Si porta sul pulpito, ma la sua mente e’ sempre piu’ annebbiata. Verra’ portato in una delle stanze del convento. Ma il suo nemico Ardizzone con dei suoi compari lo trovano e lo uccidono con 5 archibugiate. Uno di loro, Salvatore Catania, gli stacchera’ la testa con un coltello e la portera’ al Vicere’ come prova. Il corpo fu gettato nelle fogne. Ma il popolo si rese conto presto di aver perso un capo, un riferimento, la guida che aveva dato la vita per loro : si sentirono soli. I resti mortali di Masaniello verranno ricomposti e degnamente sepolti nella chiesa del Carmine. Ma verranno, dopo circa un secolo, tolti e dispersi da Ferdinando IV per timore che il mito di Masaniello potesse rinascere. I nemici o coloro che lo vollero morto moriranno tutti. Da Genoino a Maddaloni. La rivolta verra’ sedata con l’arrivo di Giovanni D’Austria. La moglie Bernardina, rimasta sola, per mangiare si diede al mestiere piu’ vecchio del mondo: prostituta in un vicolo del Borgo S.Antonio Abate. Quì verra’ piu’ volte picchiata a derubata dai soldati spagnoli suoi clienti. Morira’ di peste nel 1656.

Cio’ che resta di Masaniello e’ una lapide nella chiesa del Carmine, una statua nel chiostro ed una piazzetta a suo nome formata da un palazzone in cemento armato. Interessante l’ipotesi di Ambrogio da Licata secondo cui i resti di Masaniello siano poco distanti dalla chiesa: nel porto a circa 10 metri di profondita’ proprio sotto un silos. Il mito di Masaniello attraversera’ tutta l’Europa, dall’Inghilterra alla Polonia e sara’ sempre sinonimo di liberta’ ed eguaglianza. Quella liberta’ e quella eguaglianza conquistata con la Rivoluzione Francese.

fonte http://www.napoletanita.it/mas4.htm

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leggenda e storia di Masaniello

Masaniello, soprannome di Tommaso Aniello, fu pescivendolo ma, soprattutto, un agitatore politico molto popolare sia tra le classi umili sia tra i borghesi. Nacque il 29 Giugno 1620 da Francesco, il cui cognome era D’Amalfi, e da Antonia Gargani, e si dedicò all’attività di pescivendolo aiutando il padre.
Notato da alcuni borghesi ostili al governo spagnolo, Masaniello fu ritenuto l’uomo ideale a capeggiare una rivolta e a farsi interprete delle volontà popolari.

Il 7 luglio 1647 il popolo napoletano, già esasperato per l’eccessivo carico di tasse applicate dal viceré Rodrigo Ponce de Leòn, insorse in Piazza del Mercato contro l’aumento del prezzo della frutta al grido di “Viva il re di Spagna, mora il malgoverno”.
L’ira popolare si abbatté contro nobili e borghesi e furono commessi ogni sorta di delitti; per i rivoltosi, riuniti in un Comitato Rivoluzionario che si insediò nella Chiesa del Carmine, il re impersonava ancora la giustizia e i ricchi l’arbitrio.
Gruppi di “lazzaroni”, guidati da alcuni capi tra cui il nostro Masaniello invasero la reggia, devastarono gli uffici daziari bruciandone i registri e aprirono le carceri.
Masaniello, consigliato dal borghese Giulio Genoino, spinse il viceré duca d’Arcos a concedere a Napoli una costituzione popolare ispirata ai capitoli di Carlo V e redatta dallo stesso Genoino. Infine il capo dei rivoltosi fu nominato “Capitano generale del fedelissimo popolo”.
Da quel momento la sua fortuna iniziò a diminuire. Probabilmente iniziò a dar segni di squilibrio mentale, quasi inebriato del potere, e ordinò provvedimenti ed esecuzioni arbitrarie scontentando il popolo e i benestanti: la sua breve esperienza rivoluzionaria si concluse nove giorni dopo l’inizio dell’insurrezione, il 16 luglio, quando venne decapitato nella Chiesa del Carmine da alcuni insorti che, brandendo la sua testa in cima ad una picca, ne trascinarono il corpo per l’intera città, prima di darlo in pasto ai cani.

Il giorno dopo i suoi seguaci ne raccolsero i resti che furono portati in trionfo a furor di popolo, con gli onori militari dovuti ad un generale. Le spoglie furono quindi sepolte nella Chiesa del Carmine.
Successivamente la città cadde in uno stato d’anarchia, contrassegnato da un lato dagli scontri tra quei ceti borghesi che si erano uniti ai rivoltosi e la nobiltà napoletana, e dall’altro dalle contrapposte mire egemoniche sul Regno di Napoli da parte della Francia (che proclamò un’effimera repubblica capitanata dal duca di Guisa) e della Spagna.

Quest’ultimo paese riuscì a ristabilire l’ordine vicereale sulla città insorta il 6 aprile 1648. Guisa venne catturato ed i capi ribelli giustiziati.

Masaniello, nella breve ma intensa storia del suo regno, cercò di fare molto per  il popolo che amava tanto. Quel popolo che lo aveva voluto a corte, poco più tardi lo condannò girandogli le spalle proprio nel momento del bisogno, quando ormai impazzito per “le bevute di Roserpina (un potente allucinogeno)” era destinato a morte sicura, quello stesso popolo lo piangerà amaramente quando si rese  conto di aver perso un punto di riferimento, una guida.
Molto popolare sia tra le classi umili sia tra i borghesi, cavalcò e capeggiò la rivolta contro nobili e borghesi. L’occasione della rivolta fu data da una nuova gabella sulla frutta fresca.
Fu assassinato nove giorni dopo l’inizio della rivolta. I mandanti e l’assassino rimangono ignoti, molto probabile che fu volontà della nobiltà, che vide nell’allontanamento dei borghesi da Masaniello l’occasione per liberarsi di un popolano divenuto invadente e scomodo.
La sua morte verificatasi in circostanze misteriose, ma voluta a tutti i costi non fu inutile specialmente e paradossalmente oltre i confini del regno di Napoli e oltre i confini d’Italia.

Masaniello fu precursore di un processo di rivoluzione, il suo mito attraversò  Francia Inghilterra e Polonia. Tommaso Aniello d’Amalfi nasce a Napoli il 29 giugno del 1620 in vico rotto al mercato  da Francesco d’Amalfie e  Atonia (Antonietta) Gargani Masaniello lo abbiamo visto ritratto o disegnato in svariati modi, nessuno sa veramente quale fosse la sua vera figura, il suo vero volto.

Molto probabile, che la descrizione corrisponda a quella di un uomo di bassa statura, con  carnagione bruna, con baffi appena accennati  e capelli castani, di classica tipologia mediterranea per intenderci. Di professione pescivendolo dotato di intelligenza, ma di scarsissima cultura, umile nello spirito e nel vestire.
Sempre scalzo con il suo berretto rosso, camicia e calzoni di tela.
Si aggirava a piazza mercato dove esercitava la sua attività che il padre anch’egli pescivendolo gli aveva insegnato e tramandato.
Vivere in quel tempo era dura, ed in un contesto dove la miseria era evidente e generale, dopo aver convogliato a nozze con la bellissima Bernardina Pisa,  per rendere la vita più agiata alla sua amata si diete al piccolo contrabbando con i nobili spagnoli che spesso non lo pagavano. Scoperto dai gabellieri fu incarcerato subendo con la moglie maltrattamenti e dure mortificazioni.
In carcere Masaniello meditò vendetta, ma non  la consumò mai, nemmeno quando arrivò al potere.
La sua voglia di dignità e libertà, i suoi nobili intenti conditi da un alto senso di altruismo presero il sopravvento.

fonte http://www.tanogabo.it/masaniello.htm

il Gobbo (‘O scartellato)

Lo scartellato vuol dire gobbo ed è una figura molto popolare a Napoli in quanto si narra che porta fortuna toccargli la gobba. Secondo le antiche credenze infatti, lo scartellato è indice di buon augurio – porta benessere, ricchezza e prosperità – pertanto è visto come l’antagonista dello iettatore (colui che porta sfortuna).

Lo scartellato ha un enorme gobba alla schiena e questa sua deformazione fisica lo costringe a camminare chino in avanti, ma bisogna aggiungere che nell’immaginario collettivo è raffigurato con un cilindro nero in testa, con una giacca nera, papillon rosso, camicia bianca e infine le sue gambe hanno proprio la forma del “curniciello” rosso. Nel 1932, fu realizzato anche un film sulla figura di questo personaggio popolare, trattasi del primo film sonoro di Raffaele Viviani, per la regia di Alessandro Blasetti.

‘O munaciello (leggenda del monaciello)

Il personaggio è temuto dal popolo per i suoi dispetti, ma è anche amato perché a volte fa sorprese gradite che sollevano anche economicamente la situazione di una famiglia.

Egli si manifesta come un  vecchio-bambino che indossa il saio dei trovatelli che venivano ospitati nei conventi.

Amante delle donne, leggermente vizioso, è solito palpare le ragazze belle ed in cambio  di questo e/o dello spavento che il suo aspetto scheletrico procura a chi lo incontra lascia delle monete.

La tradizione narra che il nome fu dato nel Cinquecento ad un fanciullo trovatello malaticcio, morto in giovane età famoso per la sua vivacità.

Secondo alcuni studiosi la storia di questo fanciullo è pura invensione del popolo che volle assegnare aspetti benevoli ad un individuo demoniaco. Infatti secondo la teoria esoterica il munaciello non era altro che una presenza demoniaca del male che, ricorrendo a doni, in realtà ingannava le vittime  cercava di comprare l’anima.

Il popolo ha però esorcizzato la paura e ancora oggi aspetta la visita de ‘0 munaciello che può lasciare del denaro inaspettatamente senza chiedere nulla in cambio.

La “storia” delle origini del Munaciello:
Verso il 1445, epoca in cui Napoli era governata dagli Aragonesi, Caterine Frezza, figlia di un ricco mercante, s’innamorò di un bellissimo giovane garzone, Stefano Mariconda.

L’amore fu contrastato dal padre di lei tanto che un giorno il ragazzo fu trovato morto nel luogo dove era solito incontrare Caterina.

La fanciulla si ritirò in convento dove diede alla luce un bimbo deforme. Le suore lo accudirono e gli cucivano vestiti monacali con un cappuccio per nasconderne le deformità.

Quando usciva dal convento il popolo cominciò a chiamarlo “lu munaciello”. Col passar degli anni gli furono attribuiti poteri magici tanto da farlo divenire una leggenda.
Un’altra storia sull’origine del nome si riferisce ad un gestore dei pozzi d’acqua che, per questo motivo, poteva accedere facilmente nelle case attraversando i cunicoli che servivano per calare i secchi. Quando non veniva pagato per i suoi servizi egli si vendivìcava facendo dei dispetti agli abitanti della casa

fonte: http://www.penisola.it/napoli/munaciello.php

 

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Origini e miti sull’origine di Napoli

Napoli è una delle città più antiche d’occidente, le sue memorie risalgono al IX secolo a.C., quando approdarono sull’isolotto di Megaride (Megharis), dove ora sorge Castel dell’Ovo, i primi coloni greci creando un insediamento, nel IV secolo a. C., chiamato Palepolis, tra l’isolotto, Monte Echia e il leggendario fiume Sebeto. Essi provenivano dall’isola di Rodi e portarono con loro il culto orientale delle Sirene (esseri mitologici con la testa di donna e il corpo d’uccello e poi rappresentati metà donna e metà pesce) che si diffuse in tutto il sud.

Gli scogli delle Sirene, delle quali si parla anche nell’Odissea, sarebbero, secondo la leggenda, quelli di fronte Positano oggi chiamati “Li Galli”, il cui primitivo nome era Sirenusse (dall’ultimo proprietario, che fu il ballerino Rudolf Nuraiev), così le origini di Napoli si intrecciano con la storia, la leggenda ed il mito di Ulisse, indissolubilmente legata, quindi, al nome di Omero, delle cui più memorabili avventure è stata teatro.

La Maga Circe (il cui sito, secondo il mito, è posto nel Basso Lazio, oggi Parco Nazionale del Circeo) aveva messo in guardia Ulisse contro il canto delle Sirene, ma se avesse voluto ascoltarle, avrebbe dovuto otturare con la cera le orecchie dei suoi compagni e farsi legare all’albero maestro della nave. Nella luce abbagliante del mezzogiorno facevano sentire la loro melodiosa voce, nascondendo tra i fiori i resti dei marinai che non avevano resistito al loro richiamo lasciandosi morire sugli scogli. Seducendo non solo con il canto ammaliante ma anche con le parole, promisero ad Ulisse che avrebbero rivelato i segreti della conoscenza e di tutto quello che avviene in ogni tempo e luogo della terra, egli cercò di liberarsi ma i suoi compagni lo legarono più strettamente, così la nave passò oltre e si salvarono.

Le Sirene erano divine, nate dall’unione di Acheloo, divinità fluviale, con una delle Muse,

ma non erano immortali, infatti, fallendo il loro potere di incantatrici nei confronti di Ulisse, si uccisero precipitandosi dagli scogli.
le figlie nate dall’unione del Dio con la Musa erano 3: Leucosia (la bianca), Parthenope (la vergine) e Ligea (dalla voce chiara).

Il corpo di Parthenope fu portato dalle correnti marine tra gli scogli di Megaride, e lì gli abitanti trovarono la dea, con gli occhi chiusi nel bianco del viso e i lunghi capelli che ondeggiavano nell’acqua. Venne posta allora in un grandioso sepolcro, diede nome al villaggio di pescatori e divenne la protettrice del luogo, venerata dal popolo e onorata con sacrifici e fiaccolate sul mare.
Non si sa dove possa essere la sua tomba, (vera o leggendaria), studiosi, archeologi hanno creduto di localizzarla sulla collina di Sant’Aniello a Caponapoli, sotto le fondamenta della chiesa di Santa Lucia, costruita sul tempio dedicato a Partenope, sull’isolotto di Megaride, nel sotterraneo di Castel dell’Ovo.

fonte : Centro Pagano Campania

corno portafortuna.

Questo talismano è considerato capace di allontanare gli influssi maligni e attirare quelli positivi.

Le origini di questo antichissimo amuleto affondano le loro radici addirittura nell’età neolitica nel 3.500 a. C. Infatti, pare che gli abitanti delle capanne appendessero   alla porta di casa un corno, in quanto considerato simbolo della fertilità. Successivamente in età romana, il corno divenne un offerta votiva per la dea Iside perché   conferisse fertilità agli animali, mentre secondo un mito della tradizione greco-romana, Giove, il padre degli dei, avrebbe regalato alla sua nutrice un corno magico per   ringraziarla delle sue cure.  Nel periodo medievale, si cominciò a colorare questo amuleto di rosso perché una credenza popolare associava questa tinta alla vittoria sui nemici. Il corno inoltre, doveva   essere realizzato a mano perché si riteneva che ogni amuleto assorbiva straordinari poteri benefici dalle mani che lo producevano.

Secondo la   tradizione partenopea, il corno per portare davvero fortuna deve essere rigido, cavo all’interno, a punta e soprattutto deve trattarsi di un regalo.

la bella ‘Mbriana e il geco

una leggenda racconta di una giovane principessa che aveva smarrito la ragione a causa di un amore non corrisposto e da quel momento vagava sola per i vicoli della città.

il re, suo padre, per cercare di proteggerla, inviava doni anonimi nelle case delle persone che accoglievano questa fanciulla, e così si cominciò a diffondere la leggenda della fortuna legata a questa presenza benigna e la Bella ‘Mbriana cominciò a rappresentare lo spirito benigno della casa.

il suo aspetto non è facile da descrivere in quanto quando ella appare, lo fa solo per un breve istante e nell’ora più lunimosa del giorno, quindi la si può incrociare soltanto attraverso il fruscio di una tenda o il riflesso su di una finestra.

questo spirito, però, è anche dispettoso e vendicativo, infatti se da un lato rappresenta protezione e en’essere, dall’altro rappresenta anche fonte di guai per chi parla con poco rispetto della casa dove lei appare. un tempo si usava mettere un posto a tavola anche per lei per farla accomodare.

inoltre si diceva che lei tenesse molto alla pulizia e all’ordine, quindi le case devono essere sempre tali altrimenti si innervosirebbe.

alla figura della bella ‘Mbriana è legato il Geco, animale che d’estate da la caccia agli insetti, che per il suo legame con questo spirito, è molto caro ai napoletani e non è cacciato o disturbato da loro.

il ragù…o ragù

il ragù è uno dei piatti più classici della cultura culinaria partenopea.

vanta oltre che una preparazione caratteristica anche una leggenda e poesia.

cominciamo subito con il descrivere la leggenda:

A Napoli alla fine del 1300 esisteva la Compagnia dei Bianchi di giustizia che percorreva la citta’ a piedi invocando “misericordia e pace”.
La compagnia giunse presso il “Palazzo dell’Imperatore” tuttora esistente in via Tribunali, che fu dimora di Carlo, imperatore di Costantinopoli e di Maria di Valois figlia di re Carlo d’Angio’.All’epoca il palazzo era abitato da un signore che era nemico di tutti, tanto scortese quanto crudele e, che tutti cercavano di evitare. La predicazione della compagnia convinse la popolazione a rappacificarsi con i propri nemici, ma solo il nobile che risiedeva nel “Palazzo dell’Imperatore” decise di non accettare l’invito dei bianchi nutrendo da sempre antichi e tenaci rancori. Non cedette neanche quando il figliolo di tre mesi, in braccio alla balia sfilò le manine dalle fasce ed incrociandole grido’ tre volte: “Misericordia e pace”.
Il nobile era accecato dall’ira, serbava rancore e vendetta, ed un giorno la sua donna, per intenerirlo gli preparo’ un piatto di maccheroni. La provvidenza riempi’ il piatto di una salsa piena di sangue. Finalmente commosso dal prodigio, l’ostinato signore, si rappacifico’ con i suoi nemici e vesti’ il bianco saio della Compagnia.
Sua moglie in seguito all’inaspettata decisione, preparo’ di nuovo i maccheroni, che anche quella volta come per magia divennero rossi. Ma quel misterioso intingolo aveva uno strano ed invitante profumo, molto buono ed il Signore nell’assaggiarla trovo’ che era veramente buona e saporita.
La chiamo’ cosi’ “raù” lo stesso nome del suo bambino.

ora invece passiamo alla poesia:



testo:

O ‘rraù
‘O rraù ca me piace a me
m’ ‘o ffaceva sulo mammà.
A che m’aggio spusato a te,
ne parlammo pè ne parlà.
io nun songo difficultuso;
ma luvàmmel’ ‘a miezo st’uso

Sì,va buono:cumme vuò tu.
Mò ce avéssem’ appiccecà?
Tu che dice?Chest’ ‘è rraù?
E io m’ ‘o  mmagno pè m’ ‘o mangià…
M’ ‘ a faja dicere na parola?…
Chesta è carne c’ ‘ a pummarola

e ora passiamo alla ricetta:

richiede una lunghissima cottura.

Attualmente si usa chiamare ragù un sugo di pomodoro nel quale si è cotta della carne.
Il ragù, come recita Eduardo,veniva cotto su di una fornacella a carbone e doveva cuocere per almeno sei ore!
La pentola in cui si dovrebbe cuocere è un tegame di creta largo e basso, e per rimestarlo occorre la cucchiarella di legno.
Il ragù napoletano è il piatto tipico domenicale e base per altre pietanze altrettanto saporite, come ad esempio la tipica lasagna che a Napoli viene preparata con il ben di Dio durante il periodo di Carnevale.

Ingredienti

- 1 kg. di spezzatino di vitello,
- 2 cipolle medie,
- 2 litri di passata di pomodoro,
- un cucchiaio di concentrato di pomodoro,
- 200 gr. di olio d’oliva,
- 6 tracchiulelle ( ovverosia le costine di maiale),
- 1/4 di litro di vino rosso preferibilmente di Gragnano,
- basilico,
- sale q.b.

procedimento

E’ consigliabile preparato il giorno prima mettendo la carne nel tegame, unitamente alle cipolle affettate sottilmente e all’olio. Carne e cipolla dovranno rosolare insieme: la prima facendo la sua crosta scura, le seconde dovranno man mano appassire senza bruciare.
Per ottenere questo risultato, bisogna rimanere ai fornelli e sorvegliare la vostra “creatura”,
pronti a rimestare con la cucchiarella di legno,e bagnare con il vino, appena il sugo si sara’ asciugato: le cipolle si dovranno consumare, fino quasi a dileguarsi. Quando la carne sara’ diventata di un bel colore dorato, sciogliete il cucchiaio di conserva nel tegame e aggiungete la passata di pomodoro.
Regolate di sale e mettete a cuocere a fuoco bassissimo, il ragù dovra’, come si dice a Napoli, pippiare parola onomatopeica che ben descrive il suono del ragu’ che cioe’ dovra’ sobbollire a malapena a quel punto coprirete con  un coperchio sul tegame, senza chiuderlo del tutto.
Il ragù adesso dovra’ cuocere per almeno tre ore, di tanto in tanto rimestatelo facendo attenzione che non si attacchi sul fondo

fonte me stessa, youtube e .portanapoli.com

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Napoli misticismi

*Articolo aggiornato dopo la pubblicazione iniziale*

English abstract:

Naples has always been one of the city where the mysticism, the esoteric and superstition were always present, with a good dose of fantasy and comedy.
Through these pages we will know and remember some of these characteristics of Neapolitan culture.

Napoli è sempre stata una delle città dove la misticità, l’esoterico e la superstizione erano sempre presenti, oltre ad una buona dose di fantasia e di comicità.

Attraverso queste pagine conosceremo e ricorderemo alcune di queste caratteristiche proprie della cultura partenopea

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leggenda di Raimondo di Sangro

*Articolo aggiornato dopo la pubblicazione iniziale*

English abstract:
The family of di Sangro is said to be very ancient, even related to Charlemagne through the branch Orderisio Count di Sangro in 1903. as proof of this is the emblem of the Sangro, which is the same as that of the family of the Dukes of Burgundy.

La famiglia dei di Sangro si dice che fosse molto antica, addirittura imparentata con Carlo Magno atrtaverso il ramo di Orderisio conte di Sangro nel 1903. a testimonianza di ciò vi è lo stemma dei di Sangro che è lo stesso di quello della famiglia dei duchi di Borgogna.

era una famiglia legatissima all’Ordine Benedettino, nella famiglia ci sono numerosi personaggi innalzati a Santi, come Rosalia e Bernardo e Oderisio. Inoltre numerosi furono i papi imparentati con i di Sangro, pensiamo a papa Innocenzo III, papa Gregorio IX, papa Paolo IV Carafa, e papa Benedetto XIII.

La famiglia, grazie a Bernardo, si unì poi all’Ordine dei Templari.

Raimondo nacque il 30 gennaio 1710 dopo due fratelli.

dopo pochi anni la madre e i fratelli più grandi di Raimondo morirono e il padre, sconfortato per tutti questi dispiaceri, decise di rinunciare al suo titolo e affidò il piccolo Raimondo al nonno, che era il sesto principe di San Severo, e si ritirò in calusura.

A 10anni Raimondo fu mandato a Roma in un collegio gesuita per essere educato.

A 16anni suo nonno morì ed egli ereditò il titolo che prima era di suo padre e divenne principe di San Severo.

A 20anni riuscì a tornare nel palazzo della sua famiglia a piazza San Domenico Maggiore, (il palazzo Ducale Sangro n°9, ancora esistente).

quando il 10 maggio 1734 il re Carlo III di Borbone entrò a Napoli e si insiedò sul trono del Regno delle Due Sicilie, saggiamente decise di crearsi subito una corte di persone fidate sulle quali poter contare. così nacque l?Ordine Cavalleresco di San Gennaro, dove potevano farvi parte solo 60uomini scelti tra le famiglie più devote alla corona. Raimondo di Sangro fu uno dei primi a essere chiamato e così, per ringraziare il re di questo onore, egli, che aveva un notevole ingegno, decise di regalargli un mantello impermeabile di sua invenzione, così che il re non si bagnasse durante le sue amate battute di caccia. il re ne fu molto contento e numerosi elogi e riconoscimenti gli furono concessi.

in campo militare Raimondo fu molto apprezzato, infatti portò numerose vittorie, come quella nel 1734 dove riuscì a sconfiggere a Velletri l’esercito austriaco, oppure quando egli inventò un cannone speciale in ferro e di un fucile a retrocarica che sarebbe poi stato la base per il fucile Lefacheux.

Ma egli si occupava molto anche di alchimia e questa sua passione fu il fulcro di tutto il suo mondo quando entrò nella Confraternita segreta dei Rosacroce. riempì il suo palazzo di provette, alambicchi e altre cose bizzarre e di notte non era raro vedere delle strane emanazioni di fumi colorati uscire dal suo palazzo. In questo periodo i napoletani cominciarono a chiamarlo “stregone”.

Aveva poi una altro particolare: amava il bel canto. egli era solito andare in giro per i cori parrocchiali, ascoltare i bambini cantare, e dopo li comprava. una volta fatto questo portava i bambini a castrare e poi li rinchiudeva nel conservatorio Dei Poveri di Gesù e li faceva studiare da soprano. li castrava perchè secondo lui era un atto filosofico-morale.

Nel 1750 anche Napoli aveva una propria lega massonica, e così egli ne fece parte e subito fu appellato come Gran Maestro, che si riuniva spesso in taverne o in luoghi dentro le “mura” e parlavano di cose come esoterismo, occultismo.

queste riunioni non erano ben viste dalla Chiesa, quindi l’allora papa, Benedetto XIV decise di comunicare al re Carlo III che era molto preoccupato e non solo per la politica, ma anche per la religione, infatti il destino volle che quell’anno il miracolo di San Gennaro e della liquefazione del suo sangue non avvenisse, ragion percui le persone aizzate da un certo padre Pepe, avevano dato vita a un vero e proprio gruppo di guerriglia ai massoni, colpevoli secondo loro del mancato miracolo. A questo punto il papa non potè più rinviare e emanò la scomunica per i massoni come già fece Clemente XII 13anni prima.

Raimondo, capendo sin da subito che l’aria che tirava non era buona, decise che avrebbe agioto di anticipo e di fatti decise di tradire tempestivamente il segreto della sua confraternita e consegnò al re tutti i nomi dei partecipanti, i quali se la cavarono con una solenne ammonizione. inoltre Raimondo scrisse una lettera al papa dove dichiarava che voleva essere sotto la protezione sua perchè abiurava la massoneria. così facendo salvò sia la sua testa che la maggioranza dei suo confratelli.

ma i suoi amici lo cacciarono ritenendolo un traditore ed egli si rinchiuse nella sua cappella a lavorare ancora ai suoi misteriosi esperimenti.

morì nel 1771 per cause, ufficilamente, derivate da inalazione di sostanze tossiche.

ma una leggenda vuole che egli, interessato anche a studi di medicina, stesse cercando e avesse trovato un intruglio che garantiva che i pezzi cadaverici se non aperti prima del tempo si potevao legare nuovamente e vivere. a questo scopo per testimoniarlo si fece tagliare a pezzzi e chiudere in un sarcofago e diede disposizione che fosse versato il suo miscuglio entro il tempo stabilito ma qualcuno decise di aprirlo prima e si dice che il suo spirito sia uscito e vaghi nella cappella.

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